RASSEGNA D’AU(AT)TRICE
Tre serate con il teatro di Manuela Marascio
Questa primavera il nostro teatro accoglie una piccola ma preziosa stagione tutta al femminile: la “Rassegna d’au(at)trice”, tre appuntamenti firmati da Manuela Marascio, sul palco come autrice, regista e interprete dei propri testi.
Tre spettacoli diversi per tono e ambientazione, ma uniti da uno stesso sguardo: quello di una donna che usa il teatro per dare voce a chi spesso non l’ha avuta.
Tutti gli spettacoli sono a ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti.
La poesia come atto di resistenza. Il corpo come testimone di verità. Le ferite sulla pelle che si curano con un grido di protesta materno, femminile, viscerale. Nel tentativo di ridare dignità a un popolo martoriato dalla guerra, lo spettacolo porta in scena il dramma quotidiano delle donne – bambine, ragazze, madri – a Gaza.
E lo fa attraverso le tante poesie raccolte dal 7 ottobre 2023 in avanti, che testimoniano “un’umanità che resiste” sotto le bombe, in condizioni di estrema precarietà. Versi affidati alla carta come ultima preghiera o testamento lirico, mentre si è costretti ad abbandonare la propria casa per fuggire, oppure al freddo, in una tenda dei campi profughi.Poesie a volte dirette, altre volte metaforiche, oppure concise, fulminanti, ma che invitano ugualmente a vedere, a sentire la speranza di un popolo che non smette di sognare la libertà.
Attraverso queste parole, che fuggono la morte aggrappandosi alla vita, l’attrice rende protagonista una figura femminile che si fa portavoce di tutte le compagne e sorelle cadute, violate, frantumate nella loro integrità.Scriveva lo scorso maggio la poetessa e attivista Mariam El Khatib: “A ottobre ho sanguinato per dieci giorni senza avere accesso a un bagno vero e proprio […] La guerra a Gaza non è solo una storia di macerie e attacchi aerei. È una storia di corpi interrotti, invasi e a cui è stato negato il riposo.”
Uno spettacolo che riporta al centro il valore dell’essere donna, in un giorno qualunque, in Palestina: del cantare le ninnananne ai figli per far dimenticare loro la fame, del nascondere con vergogna i segnali di un corpo incapace ormai di rispondere ai cicli naturali.
Dell’orgoglio che si risolleva e spinge a lottare, ancora. Della cura e dell’amore con cui cullare un paese sanguinante, “per stargli vicino, stretta, come una manciata di polvere / ramoscello di prato / un fiore” (Fadwa Tuqan).
La poesia come atto di resistenza. Il corpo come testimone di verità. Le ferite sulla pelle che si curano con un grido di protesta materno, femminile, viscerale. Nel tentativo di ridare dignità a un popolo martoriato dalla guerra, lo spettacolo porta in scena il dramma quotidiano delle donne – bambine, ragazze, madri – a Gaza.
E lo fa attraverso le tante poesie raccolte dal 7 ottobre 2023 in avanti, che testimoniano “un’umanità che resiste” sotto le bombe, in condizioni di estrema precarietà. Versi affidati alla carta come ultima preghiera o testamento lirico, mentre si è costretti ad abbandonare la propria casa per fuggire, oppure al freddo, in una tenda dei campi profughi.Poesie a volte dirette, altre volte metaforiche, oppure concise, fulminanti, ma che invitano ugualmente a vedere, a sentire la speranza di un popolo che non smette di sognare la libertà.
Attraverso queste parole, che fuggono la morte aggrappandosi alla vita, l’attrice rende protagonista una figura femminile che si fa portavoce di tutte le compagne e sorelle cadute, violate, frantumate nella loro integrità.Scriveva lo scorso maggio la poetessa e attivista Mariam El Khatib: “A ottobre ho sanguinato per dieci giorni senza avere accesso a un bagno vero e proprio […] La guerra a Gaza non è solo una storia di macerie e attacchi aerei. È una storia di corpi interrotti, invasi e a cui è stato negato il riposo.”
Uno spettacolo che riporta al centro il valore dell’essere donna, in un giorno qualunque, in Palestina: del cantare le ninnananne ai figli per far dimenticare loro la fame, del nascondere con vergogna i segnali di un corpo incapace ormai di rispondere ai cicli naturali.
Dell’orgoglio che si risolleva e spinge a lottare, ancora. Della cura e dell’amore con cui cullare un paese sanguinante, “per stargli vicino, stretta, come una manciata di polvere / ramoscello di prato / un fiore” (Fadwa Tuqan).
Nella Resistenza la donna fu presente ovunque: sul campo di battaglia come sul luogo di lavoro, nel chiuso della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa. Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui ella non partecipasse: come una spola in continuo movimento costruiva e teneva insieme, muovendo instancabile, il tessuto sotterraneo della guerra partigiana.”
(Ada Gobetti)
Trasportavano cartucce ed esplosivi nella biancheria, nascondevano volantini di propaganda sul fondo delle borse della spesa, percorrevano chilometri in sella a una bicicletta o a piedi, affondando nel fango o nella neve, animate da un implacabile bisogno di libertà. Alcune imbracciarono le armi, altre furono arrestate, torturate, violentate. Molte rimasero sole. Ma tutte – tutte – contribuirono a rendere la Resistenza una guerra “totale”, dove la donna, per la prima volta, trasgrediva le regole imposte da un sistema precostituito, ricopriva ruoli-chiave nella lotta antifascista e, consapevole di tutti i rischi, diventava protagonista della Storia.
Lo spettacolo, ispirandosi alle biografie e alle testimonianze di figure femminili di primo piano della guerra partigiana piemontese, restituisce voce e corpo alla delicatezza e alla forza di quell’universo fiorito sulle macerie del triennio 1943–1945. La donna che oggi le ricorda, assumendone in sé le storie, è l’erede di un lungo percorso di affermazione di qualità ormai sempre meno scontate: la facoltà di scegliere il proprio destino, la dignità di un corpo pronto a morire dopo aver dato la vita, il rifiuto di chinare il capo e la spavalderia di ogni “no” gridato contro le ingiustizie.
La militanza precoce di Bianca Guidetti Serra e l’impegno antifascista di Ada Gobetti, vedova di Piero, per l’emancipazione femminile danno sostanza ideologica e morale al racconto. La memoria di Giulia Minetti, staffetta partigiana scomparsa a un anno dal suo centesimo compleanno, rivive nelle sue traversate da Mirafiori a Grugliasco, con cibo e dispacci nascosti tra i panni, incurante del pericolo. Le atroci grida di dolore, vergogna e umiliazione delle figlie, sorelle, mogli e madri seviziate per un nome, rompono il muro del silenzio per ritrovare pace e dignità nel giaciglio della libertà conquistata.
Sulla scena, pochi ma essenziali oggetti – ruote di bicicletta, un libro, un paiolo – accatastati sopra un praticabile girevole che rievoca il carretto di “Madre Courage” di Brecht. Strumenti di vita, ma anche di lotta, che queste donne hanno impugnato spinte da un istinto ancestrale più forte di qualsiasi paura.
Una storia al femminile che abbraccia tutti, uomini e donne, oggi come allora: e che si erge, fiera, a fondamento di una società più giusta ed equa.
Nella Resistenza la donna fu presente ovunque: sul campo di battaglia come sul luogo di lavoro, nel chiuso della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa. Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui ella non partecipasse: come una spola in continuo movimento costruiva e teneva insieme, muovendo instancabile, il tessuto sotterraneo della guerra partigiana.”
(Ada Gobetti)
Trasportavano cartucce ed esplosivi nella biancheria, nascondevano volantini di propaganda sul fondo delle borse della spesa, percorrevano chilometri in sella a una bicicletta o a piedi, affondando nel fango o nella neve, animate da un implacabile bisogno di libertà. Alcune imbracciarono le armi, altre furono arrestate, torturate, violentate. Molte rimasero sole. Ma tutte – tutte – contribuirono a rendere la Resistenza una guerra “totale”, dove la donna, per la prima volta, trasgrediva le regole imposte da un sistema precostituito, ricopriva ruoli-chiave nella lotta antifascista e, consapevole di tutti i rischi, diventava protagonista della Storia.
Lo spettacolo, ispirandosi alle biografie e alle testimonianze di figure femminili di primo piano della guerra partigiana piemontese, restituisce voce e corpo alla delicatezza e alla forza di quell’universo fiorito sulle macerie del triennio 1943–1945. La donna che oggi le ricorda, assumendone in sé le storie, è l’erede di un lungo percorso di affermazione di qualità ormai sempre meno scontate: la facoltà di scegliere il proprio destino, la dignità di un corpo pronto a morire dopo aver dato la vita, il rifiuto di chinare il capo e la spavalderia di ogni “no” gridato contro le ingiustizie.
La militanza precoce di Bianca Guidetti Serra e l’impegno antifascista di Ada Gobetti, vedova di Piero, per l’emancipazione femminile danno sostanza ideologica e morale al racconto. La memoria di Giulia Minetti, staffetta partigiana scomparsa a un anno dal suo centesimo compleanno, rivive nelle sue traversate da Mirafiori a Grugliasco, con cibo e dispacci nascosti tra i panni, incurante del pericolo. Le atroci grida di dolore, vergogna e umiliazione delle figlie, sorelle, mogli e madri seviziate per un nome, rompono il muro del silenzio per ritrovare pace e dignità nel giaciglio della libertà conquistata.
Sulla scena, pochi ma essenziali oggetti – ruote di bicicletta, un libro, un paiolo – accatastati sopra un praticabile girevole che rievoca il carretto di “Madre Courage” di Brecht. Strumenti di vita, ma anche di lotta, che queste donne hanno impugnato spinte da un istinto ancestrale più forte di qualsiasi paura.
Una storia al femminile che abbraccia tutti, uomini e donne, oggi come allora: e che si erge, fiera, a fondamento di una società più giusta ed equa.
Marguerite, Violetta, Satine. Tre personaggi suadenti e tragici che hanno inebriato, dall’Ottocento agli anni Duemila, il nostro immaginario letterario, lirico e cinematografico.
Partorite dall’ingegno maschile attraverso i secoli, racchiudono l’essenza fragile e conturbante del femmineo: innamorate della vita, fieramente libere e indipendenti, si sacrificano come martiri pagane, consacrandosi all’immortalità artistica.
Lo spettacolo, concepito come un incontro a tu per tu tra un uomo e queste tre donne – gemelle diverse ma figlie delle stesse radici culturali – le riporta in vita per un’ultima cena d’addio, in compagnia dell’amore per cui hanno combattuto fino alla fine.
Le parole di Alexandre Dumas prendono forma sulla scena rievocando le celebri interpretazioni delle due “Signore delle camelie” per eccellenza: Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse.
La musica di Giuseppe Verdi accompagna il “folleggiare” di una traviata cortigiana parigina, stroncata dalla caducità del tempo nel bel mezzo del brindisi migliore. E la licenziosità del can can sulla pista del Moulin Rouge, dipinto da Toulouse-Lautrec e immortalato sul grande schermo in uno dei musical più variopinti di sempre, getta sull’inganno e la meschinità del vile denaro il fascino autentico della seduzione.
Uno spettacolo che intreccia i linguaggi del dramma, dell’arte figurativa, del burlesque e della lirica, con l’intento di offrire a un universale interlocutore maschile la chiave poetica per comprendere il mistero eterno di un fiore divenuto icona.
Marguerite, Violetta, Satine. Tre personaggi suadenti e tragici che hanno inebriato, dall’Ottocento agli anni Duemila, il nostro immaginario letterario, lirico e cinematografico.
Partorite dall’ingegno maschile attraverso i secoli, racchiudono l’essenza fragile e conturbante del femmineo: innamorate della vita, fieramente libere e indipendenti, si sacrificano come martiri pagane, consacrandosi all’immortalità artistica.
Lo spettacolo, concepito come un incontro a tu per tu tra un uomo e queste tre donne – gemelle diverse ma figlie delle stesse radici culturali – le riporta in vita per un’ultima cena d’addio, in compagnia dell’amore per cui hanno combattuto fino alla fine.
Le parole di Alexandre Dumas prendono forma sulla scena rievocando le celebri interpretazioni delle due “Signore delle camelie” per eccellenza: Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse.
La musica di Giuseppe Verdi accompagna il “folleggiare” di una traviata cortigiana parigina, stroncata dalla caducità del tempo nel bel mezzo del brindisi migliore. E la licenziosità del can can sulla pista del Moulin Rouge, dipinto da Toulouse-Lautrec e immortalato sul grande schermo in uno dei musical più variopinti di sempre, getta sull’inganno e la meschinità del vile denaro il fascino autentico della seduzione.
Uno spettacolo che intreccia i linguaggi del dramma, dell’arte figurativa, del burlesque e della lirica, con l’intento di offrire a un universale interlocutore maschile la chiave poetica per comprendere il mistero eterno di un fiore divenuto icona.
